L’insediamento alla Casa Bianca dai padri fondatori a Trump, tra discorsi ufficiali e messaggi social 2/02/2017

La nuova indagine data driven di Alkemy Lab sul cambio della guardia alla Casa Bianca e sugli insediamenti dei presidenti degli Stati Uniti nella storia

Le ultime settimane sono stati segnate da un’importante transizione che ha modificato il panorama politico internazionale: il 20 gennaio Donald J. Trump è diventato a tutti gli effetti il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, portando a compimento il cambio della guardia alla Casa Bianca iniziato lo scorso novembre. Lo stesso Trump ha sottolineato l’importanza della transizione, affermando nel suo discorso: “la cerimonia di oggi ha un significato molto speciale perché oggi non stiamo semplicemente trasferendo il potere da un’amministrazione all’altra o da un partito all’altro, ma stiamo trasferendo il potere da Washington D.C. e lo stiamo dando indietro a voi, il popolo.

Un discorso ascoltato con attenzione da ogni parte del mondo, che ha fatto molto discutere proprio a causa dell’avvicendarsi, al suo interno, di vecchi e nuovi temi. Gli ultimi presidenti avevano infatti promesso una crescente apertura verso l'esterno, Trump al contrario ha illustrato impegni che rafforzano una chiusura nazionale e che ricordano la politica dei primi decenni dello scorso secolo.

Uno speech, quello di Trump, che non si è distinto certo per la sua lunghezza: solo 1.432 parole, che lo hanno reso uno dei 20 presidenti più sintetici della storia e che sono ben al di sotto delle circa 2300 parole che costituiscono la media dei discorsi di insediamento dei presidenti USA.

I predecessori del miliardario newyorkese non hanno scelto sempre la stessa strategia comunicativa per arrivare al popolo: si va dalle sole 135 parole con cui George Washington inaugurò il suo secondo mandato nel 1792, fino alle 8460 di William Henry Harrison nel 1841. Il più prolisso dei presidenti, William Henry Harrison, pagò lo scotto per la sua verbosità: scegliendo di pronunciare un discorso così lungo sotto la pioggia e senza mantello (per dimostrare di essere un uomo abituato alle avversità), si condannò alla polmonite che lo portò alla morte solo un mese dopo il suo insediamento. Da Roosevelt in poi, i presidenti non sono però mai andati oltre le 2500 parole, segno di come nei tempi più recenti i capi di stato USA abbiano preferito essere maggiormente concisi e adeguarsi alle regole e ai tempi dei media.

I discorsi di commiato sono sempre stati più lunghi di quelli inaugurali e non ha fatto eccezione il farewell di Barack Obama. Gennaio 2016, con il cambio della guardia alla Casa Bianca, è stato infatti anche il mese durante il quale Barack Obama si è accomiatato e ha lasciato il posto al nuovo presidente degli Stati Uniti. L’interesse di ricerca nei confronti del presidente uscente è infatti cresciuto nelle scorse settimane, toccando l’apice in occasione del discorso di addio che Obama ha pronunciato a Chicago il 10 gennaio. Il farewell, che ormai per tradizione viene pronunciato dal presidente uscente a pochi giorni dall’insediamento del suo successore, ha destato interesse per diverse ragioni: dall’ennesima dimostrazione di una grande abilità oratoria, al significativo ringraziamento rivolto alla moglie Michelle, fino al chiaro messaggio di non volersi ritirare dalla scena politica.

L’evoluzione dell’interesse di ricerca su Google nei confronti del 44° e del 45° presidente degli Stati Uniti dimostra come Trump fosse diventato più celebre di Obama già prima di essere eletto suo successore. Il sorpasso di popolarità nelle ricerche online è avvenuto infatti nel giugno 2015, quando il miliardario newyorkese aveva annunciato la sua candidatura dalla Trump Tower di Manhattan. Da quel momento, anche se in maniera poco costante, la sua popolarità aveva continuato a crescere, sovrastando anche quella del presidente in carica. I picchi maggiori corrispondono ai primi successi ottenuti all’inizio delle primarie - tra febbraio e marzo 2016 - e poi alla vittoria finale, avvenuta a luglio, che ha decretato Trump come il candidato repubblicano in corsa alla Casa Bianca. Obama è rimasto oggetto di maggiore interesse nella gran parte del mondo occidentale: come mostra la mappa, le ricerche sul presidente democratico hanno prevalso in America del Nord, Europa Occidentale e Australia, oltre che in Sudafrica e Cile. Il magnate newyorkese ha invece calamitato maggiormente l’attenzione nel resto dell’America latina e dell’Africa, nonché in Europa Orientale e Medio Oriente.

Anche le conversazioni social sull’insediamento di Trump sono state numerose: i tweet sul tema raccolti tra il 17 e il 23 gennaio sono stati oltre 3 milioni, e tra essi c’è una gran parte di messaggi caratterizzati da hashtag generici sulla cerimonia. Oltre a questi, ci sono anche un gruppo di tweet a favore di Trump e un gruppo contro. A #trumptrain e #maga - anche nella sua versione estesa #makeamericagreatagain - si contrappongono hashtag che rappresentano il dissenso nei confronti del neo-presidente: #theresistance e #notmypresident chiariscono come una parte della popolazione americana non riconosca ancora Trump come propria guida politica. Tra gli hashtag a sfavore emerge #womensmarch, la marcia rosa che si è svolta il 21 gennaio sia a Washington che in molte altre parti del mondo. Questa contestazione ha visto la partecipazione anche di numerosi personaggi di spicco, tra cui Scarlett Johansson e Madonna. Già un’altra donna del mondo dello spettacolo si era schierata contro Trump negli giorni precedenti: il 9 gennaio Meryl Streep, nel ritirare il Golden Globe alla carriera, aveva pronunciato un discorso contro il nuovo presidente. Nei giorni subito successivi, Streep è stato il nome insieme al quale quello di Trump è comparso più di frequente nelle ricerche online, a dimostrare come il gesto dell’attrice non sia passato affatto inosservato.

Narrativa, elaborazioni bigdata e grafiche Catchy a cura di Carla De Mare e Nicola Piras, realizzate nell'ambito del progetto DEEP di Alkemy Lab.